Spiderman: Far From Home, recensione del film con Tom Holland

“Spider-Man: Far from Home”, con Tom Holland nei panni dell’adolescente regine Peter Parker, intreccia rapidamente i grandi eventi che hanno coronato il ciclo “Avengers” – l’obliterazione di massa di metà dell’umanità e di metà dei Vendicatori, in “Infinity War”, e il ritorno di quelle vittime che hanno trovato la morte (probabilmente definitiva) di altri eroi, in “Endgame” – con la convenzionale vita liceale che Peter conduce quando non è Spider-Man.
“Far from Home” è un’opera di distinzione cruda e di tendenza tra realtà materiali e immagini mediatiche fabbricate. Realizzato come se in risposta alla prevalenza di notizie false e di propaganda insidiosa, il film si basa su una sorta di segnalazione di virtù informativa che vantano la propria cinica autopromozione.

Recensione di Spiderman: Far From Home

Questa falsa modestia nasconde il colossale successo della serie Marvel nella pretesa che un’immagine, per quanto fabbricata o illusoria, non costituisce di per sé una realtà per qualche sottoinsieme dei suoi spettatori. (I dettagli di questo stesso film, del resto, sono riportati e discussi più ampiamente di quelli di qualsiasi documentario recente). Affinché i magnati della Marvel non dubitino della realtà delle proprie illusioni, dovrebbero immaginare il grido di protesta che deriverebbe dal ripudio dei dettagli dei precedenti film della Marvel o dei personaggi canonici.

Piuttosto, “Far from Home” segue i dettami della serie con una solenne e farisaica rigidità, inseguendo la semplicità didattica delle sue scene eroiche on poche e scattanti rimonte per distrarre dal dramma a catenaccio. Nel processo, il film non si preoccupa di stabilire le proprie regole di base della realtà o della verità. Non ci sono premesse chiare per i combattimenti, né alcun senso di ciò che può rivelarsi letale o disabilitante.

Peter partecipa a numerose scene d’azione, nel corso delle quali prende parte a cadute che comporterebbero la rottura di ossa e organi per semplici mortali. Anche se, sotto la sua tuta, anche lui è un essere umano vulnerabile, la cui vulnerabilità viene sempre messa in secondo piano rispetto alle immagini scherzose, come quando viene colpito da un treno in corsa e, anche se steso, si risveglia leggermente ammaccato in una cella di una piccola città dei Paesi Bassi, portato lì, come in un carro armato ubriaco, invece che in un letto d’ospedale. Non c’è alcun senso di pericolo fisico per i personaggi del film, eppure, in luoghi come Venezia, Praga e Londra, le possenti scene di grande distruzione urbana su larga scala implicano una scia cruenta di corpi che il film non osa consegnare o addirittura accennare. La posta in gioco rimane teorica; la violenza supereroica rimane divertente.

L’apparente virtuosismo delle fantasie generate al computer di “Spider-Man: Far from Home” è messo in primo piano nella mite serietà con cui guarda alla vita scolastica e ai personaggi dell’adolescenza. Come vanno le illusioni malevoli, lo svuotamento igienizzato del film, che svuota l’infanzia e l’adolescenza, è un pezzo con un’infantilizzazione generale dell’immaginazione attraverso i super spettacoli rigidi e stretti che i film di supereroi sono diventati. C’è un momento acuto di comicità, quando il geloso Peter dice a Edith di lanciare un drone strike contro un compagno di classe muscoloso e disonesto di nome Brad (Remy Hii), che sta corteggiando anche M.J., ma è l’unico momento in cui una qualsiasi parvenza di emozione sciolta irrompe, e viene rapidamente soppressa.

Il cast del film

Il cast di attori offre una gradita diversità etnica che, tuttavia, non è meglio sviluppata di quella delle precedenti pubblicità di Benetton; i personaggi del film hanno poca vita al di là di ciò che fa avanzare l’azione, poca personalità al di là dei tratti che portano ai pochi e semplici filoni del lieto fine sentimentale. Oltre alla sovrapposizione supereroica, la profondità di caratterizzazione e l’ampiezza immaginativa delle relazioni sociali del film (così come la collocazione dei personaggi americani in contesti europei) avrebbero potuto essere prese in prestito direttamente dal playbook Disney dei decenni passati, in particolare da “The Lizzie McGuire Movie”, che si è divertito di più dai suoi scenari europei e riflette l’autentica modestia del suo umorismo adolescenziale goffo e autoironico.

Per quanto riguarda le importantissime scene d’azione cinematografica del 4 luglio – l’apparente C.G.I. – avrebbero potuto avvalersi dell’aiuto di un illusionista diabolico, perché i benevoli, che hanno realizzato il film, hanno creato scene di combattimento di un fungibile agitazione, senza molto spirito visivo, struttura o pensiero compositivo. Per quanto riguarda le stesse illusioni malvagie, sono in accordo con l’approccio cinematografico per numeri dell’intero film. Viene in mente l’osservazione di Norman Mailer, secondo cui gli unici personaggi che i romanzieri non possono creare sono i romanzieri meglio di loro stessi.

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